L’alimentazione può influenzare in modo significativo glicemia, pressione arteriosa, colesterolo e rischio cardiovascolare. Non sostituisce i farmaci quando sono necessari, ma rappresenta una parte fondamentale della prevenzione e della terapia.
Gli effetti dipendono dalla situazione clinica, dal peso, dall’attività fisica, dalla genetica e dalla continuità con cui vengono seguite le indicazioni nutrizionali.
Diabete: lo stile di vita può ridurre il rischio fino al 58%
Uno degli studi più importanti sulla prevenzione del diabete di tipo 2 è il Diabetes Prevention Program, condotto su oltre 3.200 persone con glicemia alterata.
Un programma basato su alimentazione, perdita di peso e almeno 150 minuti di attività fisica alla settimana ha ridotto il rischio di sviluppare il diabete del 58% rispetto al gruppo di controllo.[1]
Un altro studio finlandese ha ottenuto un risultato molto simile:
- il diabete si è sviluppato nell’11% delle persone sottoposte all’intervento;
- contro il 23% del gruppo di controllo.[2]
È importante precisare che questi risultati non dipendono soltanto dalla dieta, ma dall’insieme di alimentazione, movimento, perdita di peso e supporto comportamentale.
Anche la dieta mediterranea ha mostrato effetti favorevoli. In uno studio PREDIMED, il diabete si è sviluppato nel:
- 10,1% del gruppo che seguiva la dieta mediterranea con olio extravergine;
- 11% del gruppo con frutta secca;
- 17,9% del gruppo di controllo.[3]
Colesterolo e dislipidemia: quanto può diminuire il colesterolo LDL?
La dislipidemia comprende l’aumento del colesterolo LDL, l’aumento dei trigliceridi, la riduzione del colesterolo HDL o una combinazione di queste alterazioni.
La dieta può aiutare soprattutto attraverso:
- riduzione dei grassi saturi;
- aumento della fibra solubile;
- maggiore consumo di legumi, frutta secca e cereali integrali;
- utilizzo di olio extravergine di oliva;
- controllo del peso;
- riduzione di zuccheri, alcol e prodotti ultraprocessati.
In uno studio sulla cosiddetta Portfolio Diet, un’alimentazione ricca di fibra viscosa, frutta secca, proteine vegetali e steroli vegetali ha ridotto il colesterolo LDL del 28,6% in un mese.[4]
Il risultato fu vicino alla riduzione del 30,9% ottenuta nello stesso studio con lovastatina. Si trattava però di un intervento breve, molto controllato e condotto su poche persone.
In uno studio successivo, più vicino alla pratica quotidiana, la stessa strategia alimentare ha ridotto il colesterolo LDL di circa il 13–14% in sei mesi, contro il 3% ottenuto con una dieta di controllo.[5]
La risposta individuale può essere molto diversa. La dieta non deve quindi essere considerata automaticamente un’alternativa alla terapia farmacologica.
Ipertensione: la dieta può ridurre la pressione di diversi mmHg
La dieta DASH, ricca di verdura, frutta, legumi, cereali integrali e latticini a ridotto contenuto di grassi, è uno dei modelli alimentari più studiati per l’ipertensione.
Nel principale studio DASH, la pressione arteriosa è diminuita mediamente di:
- 5,5 mmHg per la pressione sistolica;
- 3 mmHg per la pressione diastolica.[6]
Nei partecipanti già ipertesi, la riduzione è stata ancora maggiore:
- 11,4 mmHg per la sistolica;
- 5,5 mmHg per la diastolica.
Un successivo studio ha dimostrato che associare la dieta DASH alla riduzione del sodio può diminuire la pressione sistolica fino a circa 11,5 mmHg nelle persone ipertese.[7]
Anche una perdita di peso moderata può essere utile. Una meta-analisi di 25 studi ha rilevato che una riduzione media del peso di 5,1 kg era associata a una diminuzione della pressione di circa:
- 4,4 mmHg per la sistolica;
- 3,6 mmHg per la diastolica.[8]
Dieta mediterranea e rischio cardiovascolare
Lo studio PREDIMED ha valutato oltre 7.400 persone ad alto rischio cardiovascolare.
Rispetto alla dieta di controllo, il rischio relativo di infarto, ictus o morte cardiovascolare si è ridotto del:
- 31% con dieta mediterranea arricchita con olio extravergine di oliva;
- 28% con dieta mediterranea arricchita con frutta secca.[9]
In termini assoluti, gli eventi cardiovascolari si sono verificati nel:
- 3,8% del gruppo con olio extravergine;
- 3,4% del gruppo con frutta secca;
- 4,4% del gruppo di controllo.
Le percentuali relative possono sembrare più elevate delle differenze assolute. Per questo motivo è importante interpretare sempre i dati all’interno del contesto dello studio.
Scompenso cardiaco: serve particolare attenzione
Nello scompenso cardiaco l’alimentazione è importante, soprattutto per la gestione del sodio, del peso, dei liquidi e di eventuali patologie associate.
Tuttavia, le evidenze non dimostrano che una restrizione molto severa del sodio riduca automaticamente ricoveri o mortalità.
Nello studio SODIUM-HF, l’evento composto da ricovero cardiovascolare, accesso urgente o morte si è verificato nel:
- 15% dei pazienti sottoposti a una maggiore riduzione del sodio;
- 17% dei pazienti che ricevevano l’assistenza abituale.[10]
La differenza non è risultata statisticamente significativa.
La quantità di sodio e liquidi deve quindi essere personalizzata dal medico e dal professionista della nutrizione, considerando pressione, terapia diuretica, funzionalità renale e presenza di ritenzione idrica.
Quale alimentazione protegge maggiormente la salute?
Nel complesso, le evidenze favoriscono un modello alimentare caratterizzato da:
- verdura e frutta consumate regolarmente;
- legumi;
- cereali integrali;
- pesce;
- frutta secca e semi;
- olio extravergine di oliva;
- adeguato apporto di fibra;
- moderazione del sale;
- riduzione di salumi e carni lavorate;
- limitazione di bevande zuccherate, dolci e alimenti ultraprocessati;
- riduzione dei grassi saturi;
- consumo moderato o assente di alcol.
Non è il singolo alimento a determinare il risultato, ma l’insieme delle abitudini mantenute nel tempo.
Il ruolo del nutrizionista
Il nutrizionista può trasformare le indicazioni generali in un piano personalizzato, tenendo conto di:
- esami del sangue;
- pressione arteriosa;
- peso e circonferenza vita;
- terapia farmacologica;
- condizioni cardiache, metaboliche o renali;
- preferenze alimentari;
- stile di vita;
- sostenibilità del percorso.
Può inoltre monitorare nel tempo colesterolo LDL, trigliceridi, glicemia, emoglobina glicata, peso e pressione, adattando il piano in base ai risultati.
Conclusioni
L’alimentazione può incidere concretamente sulla salute metabolica e cardiovascolare.
Gli studi mostrano che un intervento strutturato sullo stile di vita può ridurre fino al 58% il rischio di diabete nelle persone predisposte, diminuire il colesterolo LDL di circa il 13–14% in programmi applicabili alla vita quotidiana e abbassare la pressione sistolica anche di oltre 10 mmHg nelle persone ipertese.
I risultati non sono uguali per tutti e non devono essere interpretati come garanzie individuali. La strategia più efficace nasce dall’integrazione tra alimentazione, attività fisica, terapia medica e controlli periodici.
Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce la valutazione del medico o del professionista sanitario.
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